Balliamo?

Non ora ti prego.Non servono altre parole.Non è più tempo di recriminazioni, dei potevamo…dei forse se…avremmo dovuto…

Non ora ti prego.

Balliamo? Balla con me…
La pista è tutta per noi, e la tromba jazz avvolge la nostra tristezza con una nota blu. Come ci conoscesse, come vedesse tutto il dolore che abbiamo dentro.
Ci muoviamo appena, oscilliamo. Come in quelle lamentazioni di certi riti religiosi.
La tua mano nella mia, insieme appoggiate sulla mia spalla.
Si ti tengo. Per il tempo in cui la musica suonerà intorno a noi non ti lascerò andare.
Il tuo mento appena appoggiato sulla mia spalla, come nelle tante sere di vino rosso e film sul nostro divano. Il nostro divano. Castello dorato, ora sgualcito di ricordi, e consumato di notti urlanti e piene di recriminazioni.
Dio che profumo i tuoi capelli. Mi accarezzano la guancia come un cuscino soffice e dorato. Li lascio fare, pensando sia dio, un qualche dio, a cercare di darmi coraggio così.
I tuoi capelli. Mi mancherà il gesto sottile e misurato con cui li porti dietro l’orecchio e sbuffando come ti dessero fastidio.
E mi mancheranno le tue isterie da sabato sera perché non stavano come avresti voluto tu, e poi “non si asciugano mai”. E siamo di nuovo ritardo.
La mia mano scorre sul tuo fianco, a cercare un appiglio che non c’è più. Per noi non c’è più nessun appiglio.
Il tuo corpo. Uno scrigno che si aperto nelle mie mani. Una porta verso un mondo in cui mi sono trovato, perso e ritrovato. In cui ho trovato te, rannicchiata con la testa fra le mani a chiedere di essere salvata.
Eccola. Quella piega che la tua schiena fa prima di incontrare le tue natiche. Appena accennata, ma che costringe la mano a fare un volteggio prima di atterrare.
No, non sei ingrassata. Stai bene. Quante volte te l’ho detto? E quante volte mi hai guardato negli occhi per scrutare un cenno di insicurezza o falsità. Perché non ci crediamo mai fino in fondo che possiamo essere amati come siamo.
L’abisso del complimento che ci lascia quasi senza fiato, esposti, senza sapere cosa rispondere.
Li sento, i tuoi seni contro il mio petto. Sembrano tristi anche loro. Mesti, senza speranza.
Sono stato a guardarli per ore nelle notti insonni ed incredule di averti nel mio letto.
Quel gruppetto di nei dalle forme convulse, appena sfocati, che si dispiegano da un seno all’altro. Un Pollock reso vivo dal respiro del tuo petto.
Avrei voluto avere il tempo di un altro sonno di bambino sui tuoi seni.
Non smettete di suonare ora per favore. Un altro giro di improvvisazione, ecco cosa serve. Tromba, piano, contrabbasso. Non smettete di suonare ora per favore.
La tua mano mi cinge il braccio destro. Ha piccoli spasmi, pulsa. Stringe e si apre come in un isterico alfabeto morse. Vuole dire qualcosa lo so.
Quella mano che mi ha accarezzato mille volte il viso…”hai la barba lunga, dovresti tagliarla…”
La mano che mi ha schiaffeggiato urlante nelle nostre litigate “non trattarmi così…!”.
La mano che ha cercato e trovato il mio piacere più profondo “sei mio…”
La sento soffrire, non farsene una ragione.
Ma dobbiamo invece, la musica è finita. Il nostro giro di valzer sul palcoscenico del mondo è finito.
Ci guardiamo negli occhi solo un attimo prima di staccarci…dio è come se venisse via anche la pelle.
“Riguardati”
“Tu cerca di finire il tuo libro, sarà bellissimo”
Senza musica.
Ecco cos’è un amore che finisce. Il mondo senza musica.

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