Sampeah Cambogia

Una moltitudine di tonde torri stanno pacificate l’una accanto all’altra, corrose da tempo e dalla devozione.

Corrose ma non vinte.

Su un fiume giallo hanno urlato motori di piccole barche in slalom fra vite appese a palafitte.

Città di legno dignitosamente marcilenta.

Pavimenti di terra rossa sostengono templi abbracciati da possenti radici.

Abbraccio della natura all’afflato mistico dell’Uomo.

Schiene piegate da cesti e cianfrusaglie hanno proferito incessantemente il mantra “one dolaar”.

Prezzo base della dignità e del rancio giornaliero.

Sorrisi sdentati appesi a visi spaccati mi hanno parlato, senza parole, di una vita che non ha aspettato.

Ma nemmeno si è negata.

Altri, solari ed ingenui, hanno giocato a nascondino con me per farsi

trovare;

vedere;

esistere;

almeno per oggi

Hai svuotato la mia bisaccia colma di sassi e sospiri, e l’hai riempita di leggero soffio.

Ti chiamerò, meravigliosa Cambogia, promesso!

La Palma da zucchero e la società perfetta

“Di nuovo tu. Ti affanni ogni giorno come stessi facendo un grande lavoro, ma ti chiedo: non vedi come tutto questo sia sbagliato?”

“Ma…tu mi parli?”

“Con tutta la follia disumana che state perpetrando qui, ti meravigli che io ti parli?”

“Ma com’è possibile? Io…non può essere!”

“Dico io a te che questo non può essere. Che ti devi fermare ora, e salvarti!”

“Salvarmi io? Qui stiamo facendo qualcosa di grandioso. Costruiremo la società perfetta!”

“Perfetta?”

“Certo, l’Angkar”

“Angkar…io sono solo un anziana Palma da zucchero, e abito questo frutteto, che tutti chiamano Choueng Ek, da centinaia di anni. Ho visto famiglie di pastori dimorare qui nella semplicità e rispetto. Donne e uomini passeggiare all’ombra degli alberi e bambini giocare con le nostre foglie. Poi ho visto una comunità insediarvi un cimitero per onorare i propri morti e con loro tramandare il rispetto per la vita che passa e se ne va. Certo non sono mancati dolore e morte, ma niente in confronto a quello che ho visto fare a voi in questi anni. Come può, dopo questo terrore e sangue, prendere vita una società perfetta?”

“Ma come…tu non capisci! Noi dobbiamo estirpare i nostri nemici dalla società per farne nascere una nuova e purificata!”

“Certo, non mi intendo ne di società ne di perfezione. Io cresco e faccio quello per cui sono nato. Ma mi domando: com’è possibile che tutte queste persone siano colpevoli del male di cui dite? E come ne sei sicuro tu? Come puoi essere sicuro, quando uccidi qualcuno, di stare estirpando il male e non invece di distruggere la vita di un innocente?”

“Perché…il nostro illuminato leader dice che – è meglio uccidere un innocente per sbaglio che risparmiare un nemico per errore -. Noi quindi…facciamo il nostro lavoro e contribuiamo alla visione della Angkar che verrà! Ma tu sei solo un albero, che ne sai. Tuo compito e servire l’uomo illuminato ed i suoi seguaci che stanno purificando il mondo!”

“Ma io vi servo da quando sono nato. Sai che da me potete estrarre il miglior zucchero al mondo? Potete costruire tetti per le capanne delle vostre case e produrre vino di palma con cui festeggiare la vita nelle feste delle vostre comunità? Mentre tu strappi le mie possenti e taglienti foglie su cui migliaia di bambini si sono arrampicati per giocare a nascondersi, e le usi per sgozzare tuoi fratelli inermi. Come posso servire a questo io?”

“Tu non puoi parlare! Tu non…”

“Si io sono solo un albero. Come il mio maestoso e sacro compagno Bodhi, simile a quello sotto il quale il Buddha ha scalato i 7 livelli di saggezza verso il Nirvana, a cui avete appeso al collo un altoparlante che vomita canzoni piene di cinismo e incoerenza. Quella musica non unisce corpi felici in una danza o rallegra le serate a schiene stanche di duro lavoro. Propaga nell’aria paura e riverenza, sottomette con le sue parole utopiche con le quali promette un mondo in cui nessuno sarà più nessuno. Solo il potere di chi è esaltato da quelle strofe vivrà, sulla pelle degli innocenti.”

“La nostra musica…racconta la grande rivoluzione!”

“Quella musica copre le urla dì morte che escono da questo inferno! Ed il povero Bodhi soffre e piange”

“Alberi, siete solo maledetti alberi!”

“Si alberi, come quello in fondo sul quale fracassate i crani di poveri neonati che ora sembra piegato dal dolore ed impotenza? E domi, come possono quei neonati avere una benché minima colpa per qualsiasi cosa?”

“Loro…loro…il nostro leader dice che – per disfarsi delle erbacce bisogna estirpare anche le loro radici -. Le radici…vanno…estirpate…”

“Quei neonati sono radici da estirpare? A me sembrano piccoli ed indifesi rami che spezzate prima che possano sbocciare!”

“ tu…tu vaneggi, mi gonfi la testa di parole e mi confondi! Il leader ha sognato una società in cui saremo tutti uguali e liberi…e ci sta conducendo verso quel mondo…noi dobbiamo solo ringraziarlo. Noi…dobbiamo. Ma tu! Insomma come puoi parlare, sei un albero, non puoi. Non ha senso!”

“Be se non sono io a parlare allora chi è? Forse la tua coscienza, stanca del nero male con la quale la affoghi ogni giorno? Della retorica che ingoi senza nemmeno porti una domanda, senza giudizio? Ma quel male e odio si rivolgerà presto verso i corpi che le hanno ospitate, che cadranno esausti e morenti come il folle sogno di costruire una società perfetta sui cadaveri dei suoi fratelli e figli innocenti.”

“Tu sei solo un albero, che ne sai…”

“Piangi ora?”

“Noi non possiamo più fermarci…se ci fermiamo verremo uccisi come le persone che abbiamo ucciso.”

“Capisco. Allora devi solo decidere se per te è meno doloroso essere ucciso e liberarti, oppure uccidere innocenti e perpetuare la tua dissoluzione come essere umano. Ma io che ne so…sono solo un albero”

Woody mood

Cose per cui vale la pena vivere:

– I visi dei miei figli quando sono nati

– il terzo movimento della quarta sinfonia di Brahms

– il formicolio alle gambe quando corro

– il suono che la chitarra fa uscire dalle mie mani

– il “piccolo” che mi accarezza la faccia e dice “papi bello”

– Footloose

– tutti i primi baci che ho dato nella mia vita, e quelli che darò

– sentire la “grande”cantare

– la Cavatina di Myers

– L’alba al mare, il tramonto in montagna

– le 4 persone che hanno cambiato per sempre la mia vita (fino ad ora)

– il mio lavoro quando non mi sembra lavorare

– io, che sorrido e non me ne accorgo

– la sonata in la maggiore per pianoforte di Paradisi

– parlare e camminare così tanto che non pensi più che stai camminando

– qualcuno che mi chiede “mandami un messaggio quando arrivi”.

Il frutto

C’è un posto in cui amo tornare,

Una valle in cui curve sinuose di montagna vanno a schiantarsi.

Serve camminare con dedizione e non si negherà.

C’è un posto in cui amo tornare,

non serve una mappa,

seguirò il suono non solo dei miei sospiri per trovarlo.

Una folata di vento agrodolce mi dirà quando sarò arrivato.

C’è un posto in cui amo tornare,

Lì cresce un frutto il cui sapore sa di mare calmo, l’odore ricordi di vita non ancora vissuta.

Ingoierò il nòcciolo perché mi cresca dentro, mi dilani e sfami fino al prossimo viaggio.

C’è un posto in cui vado a morire senza pena né pentimento,

disperso nella voluttà,

non più cercato perché

trovato.

Fune spezzata

Corpi levigati dal sudore cercano incastri sublimi. Ancora e ancora.

Bocche mangiate mangiano, mordono, si respirano una nell’altra.

Mani attraversano capelli arruffati e fanno vibrare corde di pelle eccitata.

Gambe avvinghiate a fascio accolgono, trattengono, conducono al centro.

Una arrampicata,

una fune che si spezza,

un abisso in cui vuoi cadere

Schizzi di Male

Schizzi che imbrattano:

“Ricchione, ti ammazziamo!”

“Negro torna a casa tua”

“Quella è una zoccola!”

Schizzi che macchiano appena:

“Non ho niente contro i gay, basta che stiano al loro posto”

“Non sono razzista, ma non possiamo accoglierli tutti”

“Lei ha in programma un progetto familiare?”

Schizzi invisibili, indelebili:

“Tutti bravi a fare il frocio con il culo degli altri”

“Sto lavorando come un negro in questo periodo”

“Gnocca la nuova responsabile degli acquisti vero?”

Il male schizza come sangue da una ferita aperta.

Alcuni sono fiotti copiosi,

altri gocce intense che si allargano,

il più frammenti impercettibili, ma che abiteranno il tessuto per sempre.

E sei macchiato…

Come mi consumo

Come pelle a punta di spillo grattata troppo, o un foglio di parole scritte e cancellate cento volte.

Come una coperta lisa da anni di lavaggi, o un divano sgualcito da corpi accoccolati, addormentati, avvinghiati.

Come idee ossessivamente declamate sempre uguali, o bandiere che sventolano simboli accasciatisi da tempo.

Come spade scheggiate che stanche si alzano al cielo, o sangue sgorgato copioso, ma ancora non basta.

Come strali lanciati a freccia alle spalle di chi accasciato su una terra straniera ancora non si orienta.

Così si consumano i pensieri miei fra ciò che vorrei saper dire e ciò che vorrei saper cambiare