Canterò

La canterò,

quella canzone che non so scrivere.

Uscirà dal mio terreno come un filo d’erba a primavera.

La fischierò finché le parole si adageranno sulla melodia,

senza permesso,

senza fatica.

Il dolore e la gioia l’avranno ispirata, innaffiata di storie e immagini.

La canterò,

e ascolterò la mia voce rompere gli specchi in cui sono riflesso.

Starò sotto il palco,

ad un soffio da me,

dove la mia canzone si sente meglio.

Fune spezzata

Corpi levigati dal sudore cercano incastri sublimi. Ancora e ancora.

Bocche mangiate mangiano, mordono, si respirano una nell’altra.

Mani attraversano capelli arruffati e fanno vibrare corde di pelle eccitata.

Gambe avvinghiate a fascio accolgono, trattengono, conducono al centro.

Una arrampicata,

una fune che si spezza,

un abisso in cui vuoi cadere

Schizzi di Male

Schizzi che imbrattano:

“Ricchione, ti ammazziamo!”

“Negro torna a casa tua”

“Quella è una zoccola!”

Schizzi che macchiano appena:

“Non ho niente contro i gay, basta che stiano al loro posto”

“Non sono razzista, ma non possiamo accoglierli tutti”

“Lei ha in programma un progetto familiare?”

Schizzi invisibili, indelebili:

“Tutti bravi a fare il frocio con il culo degli altri”

“Sto lavorando come un negro in questo periodo”

“Gnocca la nuova responsabile degli acquisti vero?”

Il male schizza come sangue da una ferita aperta.

Alcuni sono fiotti copiosi,

altri gocce intense che si allargano,

il più frammenti impercettibili, ma che abiteranno il tessuto per sempre.

E sei macchiato…

Mistero natale

Un bambino è cullato. Oscillazioni senza angoli fibrillano pace nel mondo.

Una mano grande contiene la piccola. Scalda e si scalda, che l’epopea sarà lunga e dolorosa.

Occhi a pallone luccicano nel buio ventoso. Vegliano il respiro ricevuto in regalo, si contraggono nella paura che si tagli…si fermi.

Re e regine vestite di stracci rendono omaggio al piccolo. Portano in dono schegge di speranza e coperte bucate.

Io in piedi davanti alla grotta di cartapesta, contemplo l’assenza.

Il presepe strangolato dai fiocchi regalo vive sul ponte di una nave.

Come mi consumo

Come pelle a punta di spillo grattata troppo, o un foglio di parole scritte e cancellate cento volte.

Come una coperta lisa da anni di lavaggi, o un divano sgualcito da corpi accoccolati, addormentati, avvinghiati.

Come idee ossessivamente declamate sempre uguali, o bandiere che sventolano simboli accasciatisi da tempo.

Come spade scheggiate che stanche si alzano al cielo, o sangue sgorgato copioso, ma ancora non basta.

Come strali lanciati a freccia alle spalle di chi accasciato su una terra straniera ancora non si orienta.

Così si consumano i pensieri miei fra ciò che vorrei saper dire e ciò che vorrei saper cambiare

Perché, dove vai?

Lo zaino aperto sul tavolo, come una bocca affamata.

La lista di cose da portare gira nelle mani ansiosa ed entusiasta

– mappa, da tenere sempre in tasca ed aprire mai. Perdersi è l’obiettivo

– borraccia da riempire con le storie che ti racconteranno. Ne berrai quando la tua vita sembrerà secca come uno straccio al sole

– cannocchiale, per guardare sempre più lontano dei tuoi piedi, che non sono il centro del mondo

– lente d’ingrandimento per guardare meglio i tuoi piedi, che sono il centro del mondo

– fazzoletti di stoffa, ci asciugherai i sudori tuoi e di chi camminerà con te per un tratto

– calze calde, che certe sere solitarie farà freddo dentro e fuori

– chitarra per scacciare quel buio che ogni tanto cerca di spegnere la tua luce

– una bussola che punta sempre al tuo nord: quello in cui sei da quando sei nato

– scatole di sorrisi a pila, da offrire senza ritegno a chiunque, ovunque

– un diario per scrivere la parola grazie a tutti coloro che hanno attraversato la tua vita prendendosi le tue gioie e pene come fossero le loro

Lo zaino è pieno ma leggero. Il viaggio sarà leggero ma pieno.

Cado verso il cielo

Cado dalla terra verso il cielo.

Precipito veloce per non essere seguito.

La mia ombra, sacco pieno di frammenti insanguinati, resta a terra. Troppo pesante per librarsi.

Le nuvole massaggiano le guance al mio passaggio, come una mano calda nelle serate bambine di febbre e latte caldo.

Il cielo si fa di un nero che non spaventa.

Le stelle strappano dalla mia mente ricordi e ansie, e divento filo di luce.

Perdo il centro e sono tutto e niente.

Sempre e mai.

Un sorriso a forma di sole mi inghiotte, e non cadrò mai più.