L’isola senza lati

Sono sconfinato,
non trovo l’inizio e la fine.

Una porta aperta,
una valle esposta,
un cielo sopra milioni di teste.

Esplorato,
scoperto,
espugnato.

Illimitato,
liberato,
perso.

Senza forma,
sformato,
deformato.

Sono un’opportunità,
un nota sul taccuino,
una lista troppo lunga da leggere.

Scoperchiato,
svelato,
sbandierato.

Divento il pugno chiuso,
l’isola senza lati,
l’albero piantato nella terra.

Grida il tuo nome!

Piedi nudi camminano lenti su fango scuro come il terrore.

Fili di ossa e carne battuta si guardano senza parole, senza fiato.

Dentro una gabbia di spine girano in tondo come una domanda senza risposta

Nomi stracciati insieme alle vite che erano, ora sono numeri in una pila di righe

Corpi in coda di serpente diventano fumo che urla contro un cielo distratto.

Se hai un nome gridalo forte,

Io lo ricorderò per sempre

Cerchiamo domani

Come lo chiami quando avvolto a coperta di pelle tiepida,

stai; che lì dove sei,

sei già ovunque?

Che parola usi quando il tuo viso,

accolto su collo caldo di camino d’inverno,

sembra affondare verso cielo?

Che parola conosci che descrive respiri così vicini che,

si respirano?

Un termine adatto lo hai,

per evocare corpi intrecciati a fune così stretti,

da resistere ad ogni peso che la vita sa infliggere?

Conosci un’ espressione che sa contenere il tutto,

come le braccia amorose che cullano una testa sul petto a cuscino?

Continuiamo a cercare parole domani,

ma ora,

abbracciami

Il guardiano del faro

Appesa al filo di luce nelle notte,

una mano solca il foglio

Un mare di milioni di parole che sa annichilire,

in cui imbrattare di blu la malinconia

Le vite che scorrono tutt’attorno si fanno

metafore,

allegorie,

storie,

sillabate a rima nella mente poetica che le contempla

Il guardiano del faro illumina la via delle navi nella tempesta,

ma resta al buio.

Se lo cerchi non lo vedi,

se lo leggi lo trovi

Un autore esiste nelle parole che trasuda,

o non esiste.

La Corona e la Speranza

La città ammutolita si corica per riposare le membra percosse.

Cuori tenuti distanti a forza cercano estremità di filo a cui aggrapparsi,

in attesa che si plachi la tempesta.

Voci multimediali tengono il conto dei respiri che se ne vanno,

e di quelli tornati liberi.

Occhi persi nel buio cercano altri occhi

e forse,

più di ieri,

si sentono comunità.

Sampeah Cambogia

Una moltitudine di tonde torri stanno pacificate l’una accanto all’altra, corrose da tempo e dalla devozione.

Corrose ma non vinte.

Su un fiume giallo hanno urlato motori di piccole barche in slalom fra vite appese a palafitte.

Città di legno dignitosamente marcilenta.

Pavimenti di terra rossa sostengono templi abbracciati da possenti radici.

Abbraccio della natura all’afflato mistico dell’Uomo.

Schiene piegate da cesti e cianfrusaglie hanno proferito incessantemente il mantra “one dolaar”.

Prezzo base della dignità e del rancio giornaliero.

Sorrisi sdentati appesi a visi spaccati mi hanno parlato, senza parole, di una vita che non ha aspettato.

Ma nemmeno si è negata.

Altri, solari ed ingenui, hanno giocato a nascondino con me per farsi

trovare;

vedere;

esistere;

almeno per oggi

Hai svuotato la mia bisaccia colma di sassi e sospiri, e l’hai riempita di leggero soffio.

Ti chiamerò, meravigliosa Cambogia, promesso!