Woody mood

Cose per cui vale la pena vivere:

– I visi dei miei figli quando sono nati

– il terzo movimento della quarta sinfonia di Brahms

– il formicolio alle gambe quando corro

– il suono che la chitarra fa uscire dalle mie mani

– il “piccolo” che mi accarezza la faccia e dice “papi bello”

– Footloose

– tutti i primi baci che ho dato nella mia vita, e quelli che darò

– sentire la “grande”cantare

– la Cavatina di Myers

– L’alba al mare, il tramonto in montagna

– le 4 persone che hanno cambiato per sempre la mia vita (fino ad ora)

– il mio lavoro quando non mi sembra lavorare

– io, che sorrido e non me ne accorgo

– la sonata in la maggiore per pianoforte di Paradisi

– parlare e camminare così tanto che non pensi più che stai camminando

– qualcuno che mi chiede “mandami un messaggio quando arrivi”.

Perla nera nelle mani

Ti dirò di una perla che ho avuto fra le mani

Fatta di sentieri di roccia nera, lame di vulcano, bagnate al margine dal grande mare.

Di un sole pigro e ridente ingoiato dal blu , in un tempo sfilacciato come una maglietta lisa.

Di campi pennellati di nero, arancio e giallo, tavolozza di un artista eclettico e spericolato.

Di schiene piegate a spigolar capperi e staccare patelle, eucarestia rispettosa ed ancestrale.

Di uomini e donne accovacciati ad altezza vite, sciamani nero splendente come la terra che li ha generati.

Di una lunga strada che taglia montagne come grandi labbra, voluttuosamente attraversata…ancora ed ancora.

Ho avuto una perla nelle mani, e Pantelleria il mio cuore nelle sue.

“Pronto Mamma?”

Una mano è appoggiata tenera su di un miracolo. Lo scalda, lo ascolta, non lo vede ancora.

Il ventre si fa casa, tiepido rifugio in attesa dell’incontro.

Finché un corpo ora pronto si dilata, apre, separa,

per intrecciarsi poi di nuovo al primo abbraccio.

Labbra avide succhiano vita mentre altre baciano una fronte che si dà senza difese.

Braccia dolci e forti si fanno scudo e maestre, in una pazienza docile che ripete gesti come versi di una canzone.

Una voce da una finestra su un cortile chiama per un pranzo ormai freddo,

mentre gambe bambine rincorrono un pallone che non smette di rotolare.

Dita ansiose digitano su un telefono che risponde muto e desolato,

per poi rianimarsi ingenuo e brigante con le luci del mattino “mi cercavi per caso?”

Occhi fieri incoraggiano in un giorno importante,

e tutto l’amore dell’universo si chiude nel gesto di sistemare un colletto prima che esca.

Valigie sul ciglio della porta si portano via vestiti e frammenti di un cuore che non si ricomporrà mai più.

Un saluto cade lento dai primi capelli imbiancati e di nuovo due corpi si separano.

Su di una poltrona che ormai è casa una mano curvata dal tempo scorre pezzi di vita annegati in fotografie.

Sorride e attende che il telefono squilli.

“Pronto mamma?”

Canterò

La canterò,

quella canzone che non so scrivere.

Uscirà dal mio terreno come un filo d’erba a primavera.

La fischierò finché le parole si adageranno sulla melodia,

senza permesso,

senza fatica.

Il dolore e la gioia l’avranno ispirata, innaffiata di storie e immagini.

La canterò,

e ascolterò la mia voce rompere gli specchi in cui sono riflesso.

Starò sotto il palco,

ad un soffio da me,

dove la mia canzone si sente meglio.

Schizzi di Male

Schizzi che imbrattano:

“Ricchione, ti ammazziamo!”

“Negro torna a casa tua”

“Quella è una zoccola!”

Schizzi che macchiano appena:

“Non ho niente contro i gay, basta che stiano al loro posto”

“Non sono razzista, ma non possiamo accoglierli tutti”

“Lei ha in programma un progetto familiare?”

Schizzi invisibili, indelebili:

“Tutti bravi a fare il frocio con il culo degli altri”

“Sto lavorando come un negro in questo periodo”

“Gnocca la nuova responsabile degli acquisti vero?”

Il male schizza come sangue da una ferita aperta.

Alcuni sono fiotti copiosi,

altri gocce intense che si allargano,

il più frammenti impercettibili, ma che abiteranno il tessuto per sempre.

E sei macchiato…

Cado verso il cielo

Cado dalla terra verso il cielo.

Precipito veloce per non essere seguito.

La mia ombra, sacco pieno di frammenti insanguinati, resta a terra. Troppo pesante per librarsi.

Le nuvole massaggiano le guance al mio passaggio, come una mano calda nelle serate bambine di febbre e latte caldo.

Il cielo si fa di un nero che non spaventa.

Le stelle strappano dalla mia mente ricordi e ansie, e divento filo di luce.

Perdo il centro e sono tutto e niente.

Sempre e mai.

Un sorriso a forma di sole mi inghiotte, e non cadrò mai più.

 

 

 

Buchi

Dove era la terra scavata ora una pozza d’acqua si accomoda cheta.

Una parola cancellata lascia un segno ancora più indelebile sul foglio.

Buchi si aprono nella pelle ferita, e richiusi lasciano cicatrici che parlano.

Nelle mani con cui copri il viso buchi lasciano passare fili di luce.

Pezze di parole e sorrisi su tessuti di anima lisi e sfilacciati.

Buchi in cui sei caduto e ci resti finché il vento sarà andato.

Buchi sulle tue guance sorridenti coprono gli spazi della mia memoria sfaldata.

Ora esco dal buco…

Plano Piano

Plano piano, sulle cose e le parole. Sul mondo brulicante di pensieri sotto di me.

Piano plano e sorvolo le ansie del giorno e le insonnie della notte. La paura di non farcela, ed il terrore di farcela.

Piano, come un aeroplano ,mille volte cambiando rotta, ma non è mai quella giusta.

Plano, e lascio che sia. Piano, a cavallo di un vento amico.

Piano, non mi avvito, e per quanto posso plano.