Pulso 

Sento intorno a me il ritmo pulsare come un cuore, e dare vita alla vita.

Il tremolio del treno, Andante quasi regolare, portatore un po’ lamentoso.

Le pagine di un libro girate da una mano pigra con gesto Largo e pacifico.

Il piede ansioso dell’uomo con la cravatta, Vivace, isterico e assillato.

La ragazza che batte sui tasti del pc. Presto, Prestissimo che qualcuno aspetta un documento. 

Il trolley che porta caffè agli sbadigli. Andantino ritardando e poi subito accelerando.  

I respiri assonnati di teste appoggiate al finestrino. Adagio senza fretta che tanto la vita scorre senza bisogno di essere portata. 

I miei pensieri a volte Vivacissimo, altre Grave con dolore, spesso Allegro moderato, che si avvicendano nella sinfonia di paure e gioie che abitano la mia testa.

Sto qui immerso, fra gente che percepisce solo rumore ed altre che entrano in scia e battono il piede a tempo della loro vita.

Guardo dal finestrino e sorrido al Sole, e penso che il ritmo forse lo ha inventato lui. 

Mano capace

Era una mano capace.

Sapeva costruire, inventare, aggiustare, solo raramente rompere.

Sapeva tendersi verso un viso piangente, dare carrezze sincere senza paura di bagnarsi.

Dalle dita uscivamo ininterrottamente parole, come l’acqua da una fonte di montagna.

Si alzava in aria per dare forza ad una idea, e si teneva ad altezza bimbo per supportarlo nei sui primi passi.

Quante volte l’ho vista nascondere un viso stanco e triste per non dare pena agli altri.

E poi riempirsi di ciliegie rosse e fresche, che ha portato ad una bocca sorridente nei giorni di sole e festa.

Ha lasciato messaggi sul frigorifero in giornate che sei ritardo, tutti dormono e non saluti.

E poi la sera ha dato vita ad animali giocando con luce ed ombra, e si è rinfrancata di risate scroscianti prima di andare tutti a letto.

Quella mano manca, come quando il natale ti irrompe nel cuore ma è settembre.

L’abat-jour 

Mani piccole e rotte dal freddo, arrotolano nastri colorati intorno a  fogli di carta. Piccoli manoscritti di nuvole di pasticci tremolanti. Così insignificanti diresti eppure tanto preservati.
Tutto intorno è sistemato con una dignitosa geometria della disperazione: 

scarpe rotte e stanche, con corde sporche e sfilacciate come lacci, appaiate in linea di righello una accanto all’altra, e poste con apparente delicatezza a fianco al letto

Il letto…una stuoia leggera ed inconsistente poggiata a terra, tirata per bene negli angoli giudiziosamente raddrizzati. 

Un filo di tessuto per separare il corpo dal pavimento: trancio di piastrelle strenuamente difeso in una lotta fra disperati.

Ai piedi di questo, una borsa grassa e sfondata da un lato, dalla quale colano, come riga di vomito, oggetti di ogni tipo: 

fascette da elettricista, 

un lucchetto chiuso ma senza chiave, 

una biro rossa,

un libretto di litanie orientali, 

una spazzola avvizzita,

un bicchiere di carta tumefatto,

una piccola croce di legno,

un guanto.

Dall’altro lato del letto una vecchia scatola di piselli colma d’acqua, dove un cane pulcioso va a rabbonire la sete di tanto in tanto, raccogliendo ogni volta una fugace carezza.

Dentro tre maglioni uno sopra l’altro a combattere fieramente un gelo che annichilisce e fa male, un corpo si nasconde fieramente.

Un volto è affogato in una sciarpa spessa, avvolta come un abbraccio vigoroso intorno al collo insaccato.

Gli occhi sono curvi sulle mani impegnate a rassettare, come a sistemare una casa sempre troppo piena ed in dispordine.

Infine una vecchia abat-jour, con telo esagonale dai colori spenti dalla polvere a coprire una lampadina deceduta anni fa, compare dal ventre delle borsa.

Il corpo è in legno levigato, pieno di grafi e scalfiture come tante rughe di un viso. 

Viene riposta vicino al letto, con estrema  lentezza e attenzione. Posizionata con un movimento rispettoso in un punto preciso; come vi vosse un segno a terra che forse c’è.

Un gesto quasi mistico, si capisce, eseguito sera dopo sera come un rituale, un vespro. Un commiato al giorno faticoso e solitario appena passato. Uguale al precedente, ed a quello prima ancora.

Il corpo a uovo ora scivola dolorosamente sulla stuoia, e si infila in un magma denso di coperte in strati, nei quali prova a scomparire ancora di più.

Poi piano una mano esce ed impugna l’abat-jour a proteggere il prezioso amuleto. Retaggio, forse, di una vita passata in cui il caldo tepore di una vera casa era la normalità. 

La scena si svolge nel tempo dei miei passi fugaci ma resta fissata nell’aria come un quadro in una galleria. 

Quando questa sera spegnerò la mia abat-jour bianca, dal mio caldo letto dato per scontato, un pensiero, inutile strofa di una preghiera atea, sarà per questo quadro di città post-moderna. 

Respira come la vita fosse tua

Respira come la vita fosse tutta tua.

Non lesinare, sentila l’aria attraversare i tuoi polmoni. Quasi dolorosamente farsi spazio, pungere e gonfiarsi dentro di te.

Respira e non chiedere il permesso, mai.

Respira e gusta gli odori che hai intorno 

di erba, quando sei sdraiata a riposare in un pomeriggio mite e pensieroso

di asfalto, quando percorrerai velocemente strade alla ricerca di senso e soldi per le bollette

di vecchia casa, in cui sei cresciuta fra urla ed abbracci.

Respirale le persone. Quelle che ti ameranno e quelle che ti faranno male. 

In ogni caso in futuro, e sotto vento, le sentirai arrivare da lontano.

Respira piano e pieno, datti tempo. 

Respira veloce e stretto, recupera tempo.

Respira profondo e poi dillo.

Sospira appena e vattene. 

Respirati ogni giorno, come fossi tua. Datti il permesso sempre, odore buono o cattivo quella sei tu. 

Respirati lui, nelle notti in cui lo tieni abbracciato per la paura del buio e che possa scappare. 

Respira perché non è il tuo momento, o perché è arrivato e non ti darai per vinta.

Respira anche un po’ per quelli a cui manca il fiato, perché non è colpa tua. E respirare è l’unica cosa che puoi fare di buono.

Respira e fai rumore, che la vita non si tiene nascosta. 

Non oggi

Un cielo azzurro maculato di nuvole in una giornata estiva,

o uno trapuntato di luci su un intenso sfondo nero.

Un prato verde su cui sdraiarsi e respirare piano,

o una lunga strada che taglia il mondo intero, da correre a perdifiato.

Paesi arroccati di casupole bianche come fiotti di panna montata,

o città, psichedelici formicai di persone e palazzi che pungolano il cielo.

Enormi pavimenti di ghiaccio che si congiungono al cielo,

o chilometri di sabbia mossa piano da aria calda e irrespirabile.

Boschi di ossigeno e alberi da sfiorare camminando,

o foreste fitte di nuance verdi che si avvinghiano come amanti. 

Tutto questo voglio vedere. Ognuna di queste cose vogliono vedere.

Ma non oggi, 

oggi mi basta la tua stanza, ed il tuo respiro sul mio viso.

Porte

Porte,

quante ne hai valicate tu?

Per entrare da qualche parte.

Per uscire verso qualche parte.

Porte,

che ti proteggono e nascondono quando hai paura del mondo.

che ti segregano e limitano quando vorresti essere nel mondo.

Porte,

Consumate come certi tuoi sogni traditi,

bianche e luminose come quelli che li sostituiranno

Porte,

Che hai riempito di calci, sbattuto,

chiuso dietro di te per piangere senza essere visto,

spogliarti, fare l’amore, dormire

Anche tu hai aspettato dietro ad una porta, lo so che ti è successo.

Trepidante in attesa di una buona notizia…”ce l’hai fatta”

o tremante con le mani sulle gambe, per la peggiore che tu abbia mai ricevuto…”mi dispiace abbiamo fatto tutto il possibile”

Porte che sono snodi della tua storia, dietro le quali hai ripassato le parole da  dire quando si aprirà…ma poi non te le ricordi

Porte che non si apriranno più, ed altre sempre aperte per te.

Porte,

Aiutano a ripararti quando non ne puoi più di tutta quella luce

Ma che puoi riaprire quando sei stanco di  quel buio.

Noi siamo porte. Non avere paura…bussa.

Ci sono nei tuoi occhi

Ci sono nei tuoi occhi, mi sono visto.

Distintamente. Come guardo te ora, accoccolato sulle mie gambe a cercar carezze e piccole chiacchiere serali.

Mi sono visto, in scene ingiallite e sfocate in cui la testa abbandonata su gambe forti e adulte era la mia.

Ti guardo e rivedo quella meravigliosa e ingenua sicurezza di poter desiderare ogni cosa, che il mondo non potrà negarti.

Ma non ti insegnerò coscienziosamente che non è così. Ti lascerò desiderare perché questo conta ancora più che avere.

Ci sono nei tuoi occhi, mi sono visto.

Trascinare annoiato chili di libri su rotelle per vie bianche e gelate, carico di compiti e di quelle piccole delusioni e gioie che la vita ogni giorno sa dare.

Ci sono nei tuoi occhi, mi sono visto.

In quelle giornate adolescenziali in cui al mattino senti che il mondo non è posto per te. Ed al pomeriggio hai tanto amore per esso da poterlo avvolgere come il mare un scoglio.

Ci sono nei tuoi occhi, mi sono visto.

La sua mano nella mia, la pancia sottosopra, e più giù fremiti che avrei voluto sapere nascondere meglio. 

Ma no, piccolo amore mio,non nascondere. Se desideri, che si veda bene. È un regalo prezioso che fai al mondo.

Ci sono nei tuoi occhi, mi sono visto.

Urlare al cielo di ridarmi quelle braccia toste che mille volte mi hanno lanciato in aria, e riprendersi quel corpo stanco e deturpato. Irriconoscibile ombra dell’uomo che una volta era un Padre, come sono io ora.

Le persone che ami le perderai, e con loro un pezzo di te. Ma non ho consigli su questo, solo sgomento.

Ci sono nei tuoi occhi, mi sono visto.

Ora che su questo divano, giocando a scattar foto, le nostre due storie si incontrano fra il tuo presente ed il mio passato. E la vita sembra avere un senso in questo moto perpetuo.

Ma forse sarò nei tuoi occhi anche domani, quando in sere pigre e calde accarezzerai la testa di tuo figlio pensando di non avere risposte alla maggior parte delle sue domande. Ma non per questo vorrai rinunciare ad esserci per lui.

In quel momento gli occhi di tutti i padri ed i figli che sono stati e saranno, si fonderanno in uno. E sarai meno solo.

So-stare in equilibrio 

Sostare in equilibrio,

la migliore delle capacità umane.

Nella Vita, come un giocoliere su una corda tesa nel vuoto.

Bene – Male, Giusto – Sbagliato, Vero – Falso, Amore – Odio, Gioia – Tristezza, Voglia di Vivere – di Morire.

Serve trovare un equilibrio, un punto di incontro su cui sostare al sicuro.

 

Ma devi muoverti, e quando lo fai perdi l’equilibrio.

Per un attimo puoi cadere. Ma è più forte di te, non puoi stare, devi andare.

Corri il rischio, ondeggi, allunghi il piede, perdi il senso.

Ma poi ritrovi l’equilibrio, di nuovo.

Prima di riperderlo ancora.

 

Sostare in equilibrio.

So stare in equilibrio…a volte.

So stare fermo, immobile per non essere visto.

So evitare di Vivere…a volte.

So evitare emozioni, sensazioni, come coltelli lanciati nella mia direzione.

Con piccoli movimenti per schivarli, ma senza perdere l’equilibrio.

So stare in equilibrio…a volte.

Altre volte cado, voglio cadere.

Certe volte sembra che l’equilibrio sia proprio nell’atto di cadere, lasciarsi andare. Sembra…

 

Sostare in equilibrio, la migliore delle capacità umane.

ma io non so stare in equilibrio.

So perderlo intensamente, senza biasimo, per volerlo perdere.

E poi pian piano ritornare li, su quella corda.

In attesa del prossimo salto.

 

Perdere l’equilibrio,

la migliore delle capacità umane.

 

 

 

Fragile

Fragile è un vaso che non resiste all’impatto con il pavimento
Fragile è un bicchiere che scagli esaperato contro un muro
Fragile è un tessuto strappato da un chiodo lasciato sulla panchina
Fragile è un pensiero che se non lo ancori vola via…ma lascia un segno
Fragili sono le mie parole sempre uguali, senza efficacia. Suono sordo che cade a terra
Fragile è ciò che lasci dietro di te se non hai desiderato…vuoto sommato a vuoto
Fragile è il concetto di amore…l’idea di amore…ma non l’Amore
Fragile mi sento io, eppure sono ancora qui…

Balliamo?

Non ora ti prego.Non servono altre parole.Non è più tempo di recriminazioni, dei potevamo…dei forse se…avremmo dovuto…

Non ora ti prego.

Balliamo? Balla con me…
La pista è tutta per noi, e la tromba jazz avvolge la nostra tristezza con una nota blu. Come ci conoscesse, come vedesse tutto il dolore che abbiamo dentro.
Ci muoviamo appena, oscilliamo. Come in quelle lamentazioni di certi riti religiosi.
La tua mano nella mia, insieme appoggiate sulla mia spalla.
Si ti tengo. Per il tempo in cui la musica suonerà intorno a noi non ti lascerò andare.
Il tuo mento appena appoggiato sulla mia spalla, come nelle tante sere di vino rosso e film sul nostro divano. Il nostro divano. Castello dorato, ora sgualcito di ricordi, e consumato di notti urlanti e piene di recriminazioni.
Dio che profumo i tuoi capelli. Mi accarezzano la guancia come un cuscino soffice e dorato. Li lascio fare, pensando sia dio, un qualche dio, a cercare di darmi coraggio così.
I tuoi capelli. Mi mancherà il gesto sottile e misurato con cui li porti dietro l’orecchio e sbuffando come ti dessero fastidio.
E mi mancheranno le tue isterie da sabato sera perché non stavano come avresti voluto tu, e poi “non si asciugano mai”. E siamo di nuovo ritardo.
La mia mano scorre sul tuo fianco, a cercare un appiglio che non c’è più. Per noi non c’è più nessun appiglio.
Il tuo corpo. Uno scrigno che si aperto nelle mie mani. Una porta verso un mondo in cui mi sono trovato, perso e ritrovato. In cui ho trovato te, rannicchiata con la testa fra le mani a chiedere di essere salvata.
Eccola. Quella piega che la tua schiena fa prima di incontrare le tue natiche. Appena accennata, ma che costringe la mano a fare un volteggio prima di atterrare.
No, non sei ingrassata. Stai bene. Quante volte te l’ho detto? E quante volte mi hai guardato negli occhi per scrutare un cenno di insicurezza o falsità. Perché non ci crediamo mai fino in fondo che possiamo essere amati come siamo.
L’abisso del complimento che ci lascia quasi senza fiato, esposti, senza sapere cosa rispondere.
Li sento, i tuoi seni contro il mio petto. Sembrano tristi anche loro. Mesti, senza speranza.
Sono stato a guardarli per ore nelle notti insonni ed incredule di averti nel mio letto.
Quel gruppetto di nei dalle forme convulse, appena sfocati, che si dispiegano da un seno all’altro. Un Pollock reso vivo dal respiro del tuo petto.
Avrei voluto avere il tempo di un altro sonno di bambino sui tuoi seni.
Non smettete di suonare ora per favore. Un altro giro di improvvisazione, ecco cosa serve. Tromba, piano, contrabbasso. Non smettete di suonare ora per favore.
La tua mano mi cinge il braccio destro. Ha piccoli spasmi, pulsa. Stringe e si apre come in un isterico alfabeto morse. Vuole dire qualcosa lo so.
Quella mano che mi ha accarezzato mille volte il viso…”hai la barba lunga, dovresti tagliarla…”
La mano che mi ha schiaffeggiato urlante nelle nostre litigate “non trattarmi così…!”.
La mano che ha cercato e trovato il mio piacere più profondo “sei mio…”
La sento soffrire, non farsene una ragione.
Ma dobbiamo invece, la musica è finita. Il nostro giro di valzer sul palcoscenico del mondo è finito.
Ci guardiamo negli occhi solo un attimo prima di staccarci…dio è come se venisse via anche la pelle.
“Riguardati”
“Tu cerca di finire il tuo libro, sarà bellissimo”
Senza musica.
Ecco cos’è un amore che finisce. Il mondo senza musica.