“Pronto Mamma?”

Una mano è appoggiata tenera su di un miracolo. Lo scalda, lo ascolta, non lo vede ancora.

Il ventre si fa casa, tiepido rifugio in attesa dell’incontro.

Finché un corpo ora pronto si dilata, apre, separa,

per intrecciarsi poi di nuovo al primo abbraccio.

Labbra avide succhiano vita mentre altre baciano una fronte che si dà senza difese.

Braccia dolci e forti si fanno scudo e maestre, in una pazienza docile che ripete gesti come versi di una canzone.

Una voce da una finestra su un cortile chiama per un pranzo ormai freddo,

mentre gambe bambine rincorrono un pallone che non smette di rotolare.

Dita ansiose digitano su un telefono che risponde muto e desolato,

per poi rianimarsi ingenuo e brigante con le luci del mattino “mi cercavi per caso?”

Occhi fieri incoraggiano in un giorno importante,

e tutto l’amore dell’universo si chiude nel gesto di sistemare un colletto prima che esca.

Valigie sul ciglio della porta si portano via vestiti e frammenti di un cuore che non si ricomporrà mai più.

Un saluto cade lento dai primi capelli imbiancati e di nuovo due corpi si separano.

Su di una poltrona che ormai è casa una mano curvata dal tempo scorre pezzi di vita annegati in fotografie.

Sorride e attende che il telefono squilli.

“Pronto mamma?”

Fune spezzata

Corpi levigati dal sudore cercano incastri sublimi. Ancora e ancora.

Bocche mangiate mangiano, mordono, si respirano una nell’altra.

Mani attraversano capelli arruffati e fanno vibrare corde di pelle eccitata.

Gambe avvinghiate a fascio accolgono, trattengono, conducono al centro.

Una arrampicata,

una fune che si spezza,

un abisso in cui vuoi cadere

Spazio vuoto

Una domanda che non anela nessuna risposta.

Un eco rimbomba circolare mentre si allontana.

Sospeso fra una nota e l’altra nella melodia che ti racconta.

Falso ricordo di esistere da sempre.

La mano collassa sul tavolo in attesa di parole che non vogliono concedersi.

Ed un perdono non sarà ottenuto.

L’anima non si acquieta come una bruciatura sotto acqua fredda.

Arredare il vuoto per abitarlo, ecco cosa fare.

Mano capace

Era una mano capace.

Sapeva costruire, inventare, aggiustare, solo raramente rompere.

Sapeva tendersi verso un viso piangente, dare carrezze sincere senza paura di bagnarsi.

Dalle dita uscivamo ininterrottamente parole, come l’acqua da una fonte di montagna.

Si alzava in aria per dare forza ad una idea, e si teneva ad altezza bimbo per supportarlo nei sui primi passi.

Quante volte l’ho vista nascondere un viso stanco e triste per non dare pena agli altri.

E poi riempirsi di ciliegie rosse e fresche, che ha portato ad una bocca sorridente nei giorni di sole e festa.

Ha lasciato messaggi sul frigorifero in giornate che sei ritardo, tutti dormono e non saluti.

E poi la sera ha dato vita ad animali giocando con luce ed ombra, e si è rinfrancata di risate scroscianti prima di andare tutti a letto.

Quella mano manca, come quando il natale ti irrompe nel cuore ma è settembre.