Come l’acqua

Vorrei essere come l’acqua per te.

Quella di un ruscello in cui hai immerso i tuoi piedi stanchi nelle prime camminate primaverili

Essere li per darti ristoro, avvolgendoti sinuosamente fino alle caviglie.

Con il mio moto naturale massaggiarti lievemente,

allentare la tensione dei tuoi muscoli,

solleticare dolcemente le tue dita.

Vorrei essere come l’acqua per te.

In una giornata canicolare estiva, essere bevuto da te con la voluttà e la brama di un assetato.

Bagnare le tue labbra secche ed impastate.

Sostare nella tua bocca per il tempo di prendere il tuo sapore,

Poi disperdermi dentro di te,

scomparire,

annullarmi.

Vorrei essere come l’acqua per te.

Polverizzato in un soffice pioggia autunnale che ti coglie all’improvviso.

Cadere sui tuoi capelli, e con lentezza cambiarne la forma.

Sentire la tua mano passarvi attraverso per alleggerirli un po’.

Ma non potrai liberartene del tutto, non potrai mandarmi via.

Vorrei essere come l’acqua per te.

Una doccia calda alla fine di una delle tue lunghe giornate invernali.

Cadere ritmicamente sul tuo corpo nudo e stanco.

Scivolare sulla tua pelle come tante mani che ti accarezzano.

Seguire, con le mie gocce, le linee del tuo corpo,

atterrare sul tuo collo,

fare slalom fra i tuoi seni,

planare sulla tua pancia,

e poi giù verso il tuo centro…dove annichilirò felice

Vorrei essere come l’acqua.

Quasi invisibile, data per scontata,

eppure sempre con te in mille forme di essenziale fonte di vita.

Porte

Porte,

quante ne hai valicate tu?

Per entrare da qualche parte.

Per uscire verso qualche parte.

Porte,

che ti proteggono e nascondono quando hai paura del mondo.

che ti segregano e limitano quando vorresti essere nel mondo.

Porte,

Consumate come certi tuoi sogni traditi,

bianche e luminose come quelli che li sostituiranno

Porte,

Che hai riempito di calci, sbattuto,

chiuso dietro di te per piangere senza essere visto,

spogliarti, fare l’amore, dormire

Anche tu hai aspettato dietro ad una porta, lo so che ti è successo.

Trepidante in attesa di una buona notizia…”ce l’hai fatta”

o tremante con le mani sulle gambe, per la peggiore che tu abbia mai ricevuto…”mi dispiace abbiamo fatto tutto il possibile”

Porte che sono snodi della tua storia, dietro le quali hai ripassato le parole da  dire quando si aprirà…ma poi non te le ricordi

Porte che non si apriranno più, ed altre sempre aperte per te.

Porte,

Aiutano a ripararti quando non ne puoi più di tutta quella luce

Ma che puoi riaprire quando sei stanco di  quel buio.

Noi siamo porte. Non avere paura…bussa.

Ci sono nei tuoi occhi

Ci sono nei tuoi occhi, mi sono visto.

Distintamente. Come guardo te ora, accoccolato sulle mie gambe a cercar carezze e piccole chiacchiere serali.

Mi sono visto, in scene ingiallite e sfocate in cui la testa abbandonata su gambe forti e adulte era la mia.

Ti guardo e rivedo quella meravigliosa e ingenua sicurezza di poter desiderare ogni cosa, che il mondo non potrà negarti.

Ma non ti insegnerò coscienziosamente che non è così. Ti lascerò desiderare perché questo conta ancora più che avere.

Ci sono nei tuoi occhi, mi sono visto.

Trascinare annoiato chili di libri su rotelle per vie bianche e gelate, carico di compiti e di quelle piccole delusioni e gioie che la vita ogni giorno sa dare.

Ci sono nei tuoi occhi, mi sono visto.

In quelle giornate adolescenziali in cui al mattino senti che il mondo non è posto per te. Ed al pomeriggio hai tanto amore per esso da poterlo avvolgere come il mare un scoglio.

Ci sono nei tuoi occhi, mi sono visto.

La sua mano nella mia, la pancia sottosopra, e più giù fremiti che avrei voluto sapere nascondere meglio. 

Ma no, piccolo amore mio,non nascondere. Se desideri, che si veda bene. È un regalo prezioso che fai al mondo.

Ci sono nei tuoi occhi, mi sono visto.

Urlare al cielo di ridarmi quelle braccia toste che mille volte mi hanno lanciato in aria, e riprendersi quel corpo stanco e deturpato. Irriconoscibile ombra dell’uomo che una volta era un Padre, come sono io ora.

Le persone che ami le perderai, e con loro un pezzo di te. Ma non ho consigli su questo, solo sgomento.

Ci sono nei tuoi occhi, mi sono visto.

Ora che su questo divano, giocando a scattar foto, le nostre due storie si incontrano fra il tuo presente ed il mio passato. E la vita sembra avere un senso in questo moto perpetuo.

Ma forse sarò nei tuoi occhi anche domani, quando in sere pigre e calde accarezzerai la testa di tuo figlio pensando di non avere risposte alla maggior parte delle sue domande. Ma non per questo vorrai rinunciare ad esserci per lui.

In quel momento gli occhi di tutti i padri ed i figli che sono stati e saranno, si fonderanno in uno. E sarai meno solo.

So-stare in equilibrio 

Sostare in equilibrio,

la migliore delle capacità umane.

Nella Vita, come un giocoliere su una corda tesa nel vuoto.

Bene – Male, Giusto – Sbagliato, Vero – Falso, Amore – Odio, Gioia – Tristezza, Voglia di Vivere – di Morire.

Serve trovare un equilibrio, un punto di incontro su cui sostare al sicuro.

 

Ma devi muoverti, e quando lo fai perdi l’equilibrio.

Per un attimo puoi cadere. Ma è più forte di te, non puoi stare, devi andare.

Corri il rischio, ondeggi, allunghi il piede, perdi il senso.

Ma poi ritrovi l’equilibrio, di nuovo.

Prima di riperderlo ancora.

 

Sostare in equilibrio.

So stare in equilibrio…a volte.

So stare fermo, immobile per non essere visto.

So evitare di Vivere…a volte.

So evitare emozioni, sensazioni, come coltelli lanciati nella mia direzione.

Con piccoli movimenti per schivarli, ma senza perdere l’equilibrio.

So stare in equilibrio…a volte.

Altre volte cado, voglio cadere.

Certe volte sembra che l’equilibrio sia proprio nell’atto di cadere, lasciarsi andare. Sembra…

 

Sostare in equilibrio, la migliore delle capacità umane.

ma io non so stare in equilibrio.

So perderlo intensamente, senza biasimo, per volerlo perdere.

E poi pian piano ritornare li, su quella corda.

In attesa del prossimo salto.

 

Perdere l’equilibrio,

la migliore delle capacità umane.

 

 

 

Fragile

Fragile è un vaso che non resiste all’impatto con il pavimento
Fragile è un bicchiere che scagli esaperato contro un muro
Fragile è un tessuto strappato da un chiodo lasciato sulla panchina
Fragile è un pensiero che se non lo ancori vola via…ma lascia un segno
Fragili sono le mie parole sempre uguali, senza efficacia. Suono sordo che cade a terra
Fragile è ciò che lasci dietro di te se non hai desiderato…vuoto sommato a vuoto
Fragile è il concetto di amore…l’idea di amore…ma non l’Amore
Fragile mi sento io, eppure sono ancora qui…

Balliamo?

Non ora ti prego.Non servono altre parole.Non è più tempo di recriminazioni, dei potevamo…dei forse se…avremmo dovuto…

Non ora ti prego.

Balliamo? Balla con me…
La pista è tutta per noi, e la tromba jazz avvolge la nostra tristezza con una nota blu. Come ci conoscesse, come vedesse tutto il dolore che abbiamo dentro.
Ci muoviamo appena, oscilliamo. Come in quelle lamentazioni di certi riti religiosi.
La tua mano nella mia, insieme appoggiate sulla mia spalla.
Si ti tengo. Per il tempo in cui la musica suonerà intorno a noi non ti lascerò andare.
Il tuo mento appena appoggiato sulla mia spalla, come nelle tante sere di vino rosso e film sul nostro divano. Il nostro divano. Castello dorato, ora sgualcito di ricordi, e consumato di notti urlanti e piene di recriminazioni.
Dio che profumo i tuoi capelli. Mi accarezzano la guancia come un cuscino soffice e dorato. Li lascio fare, pensando sia dio, un qualche dio, a cercare di darmi coraggio così.
I tuoi capelli. Mi mancherà il gesto sottile e misurato con cui li porti dietro l’orecchio e sbuffando come ti dessero fastidio.
E mi mancheranno le tue isterie da sabato sera perché non stavano come avresti voluto tu, e poi “non si asciugano mai”. E siamo di nuovo ritardo.
La mia mano scorre sul tuo fianco, a cercare un appiglio che non c’è più. Per noi non c’è più nessun appiglio.
Il tuo corpo. Uno scrigno che si aperto nelle mie mani. Una porta verso un mondo in cui mi sono trovato, perso e ritrovato. In cui ho trovato te, rannicchiata con la testa fra le mani a chiedere di essere salvata.
Eccola. Quella piega che la tua schiena fa prima di incontrare le tue natiche. Appena accennata, ma che costringe la mano a fare un volteggio prima di atterrare.
No, non sei ingrassata. Stai bene. Quante volte te l’ho detto? E quante volte mi hai guardato negli occhi per scrutare un cenno di insicurezza o falsità. Perché non ci crediamo mai fino in fondo che possiamo essere amati come siamo.
L’abisso del complimento che ci lascia quasi senza fiato, esposti, senza sapere cosa rispondere.
Li sento, i tuoi seni contro il mio petto. Sembrano tristi anche loro. Mesti, senza speranza.
Sono stato a guardarli per ore nelle notti insonni ed incredule di averti nel mio letto.
Quel gruppetto di nei dalle forme convulse, appena sfocati, che si dispiegano da un seno all’altro. Un Pollock reso vivo dal respiro del tuo petto.
Avrei voluto avere il tempo di un altro sonno di bambino sui tuoi seni.
Non smettete di suonare ora per favore. Un altro giro di improvvisazione, ecco cosa serve. Tromba, piano, contrabbasso. Non smettete di suonare ora per favore.
La tua mano mi cinge il braccio destro. Ha piccoli spasmi, pulsa. Stringe e si apre come in un isterico alfabeto morse. Vuole dire qualcosa lo so.
Quella mano che mi ha accarezzato mille volte il viso…”hai la barba lunga, dovresti tagliarla…”
La mano che mi ha schiaffeggiato urlante nelle nostre litigate “non trattarmi così…!”.
La mano che ha cercato e trovato il mio piacere più profondo “sei mio…”
La sento soffrire, non farsene una ragione.
Ma dobbiamo invece, la musica è finita. Il nostro giro di valzer sul palcoscenico del mondo è finito.
Ci guardiamo negli occhi solo un attimo prima di staccarci…dio è come se venisse via anche la pelle.
“Riguardati”
“Tu cerca di finire il tuo libro, sarà bellissimo”
Senza musica.
Ecco cos’è un amore che finisce. Il mondo senza musica.

Voglio

Sono pronto a partire per questo viaggio.
Voglio vedere posti in cui pochissime persone sono state prima di me. In cui altre si sono perse, e da cui altre ancora sono scappate.
Voglio esplorare anfratti talmente bui da perdere ogni riferimento, ad altri così pieni di luce da faticare a tenere gli occhi aperti.
Voglio inciampare nei tuoi pensieri più semplici, quelli che hai lasciato a terra tanto “non cambiano mica il mondo”.
Voglio attraversare quel fiume di dolore che hai dentro, che ho visto ingrossarsi e straripare in pianti che mi hanno strappato il cuore.
Voglio trovare l’interruttore che scatena i tuoi sorrisi scroscianti, e spingerlo mille volte e poi altre mille finanche a procurarti un po’ di dolore, ma lenire il mio.
Voglio bagnare e nutrire la rosa del tuo piacere, per mantenerla rigogliosa e poterla contemplare ogni giorno.
Voglio solcare il tuo corpo come un marinaio il suo mare. Seguire i flutti dei tuoi fianchi, e farmi avvolgere dalle tue gambe, come le onde lo scafo di una nave.
Voglio, non fermarmi mai, perché questo viaggio è la mia vita.
Voglio, non chiedermi mai dove ha termine, perché la è la mia fine.
Sono pronto a partire per questo viaggio.

Dimentica tu!

“non credi di averne bevuti abbastanza’”
“hei ti ho invitato per farmi compagnia, mica per censurarmi. E poi tanto guidi tu”
“ho capito, stasera devi scassarti. Così magari il dolore lo senti di meno, giusto?”
“non lo so guarda. Forse non è nemmeno il dolore che voglio allontanare. Certo, non vorrei stare così, ma siamo grandi, ed alla nostra età lo sai che un prezzo si paga in questi casi”
“ma senti, non sarebbe il dolore quindi il problema qui. Non ti iscrivevo fra i retorici del dolore come percorso di espiazione umana”
“non ho detto questo idiota. Odio il dolore, e preferirei fossi tu a stare così adesso”
“ ah grazie”
“ehehe, beh più comodo essere il consolatore dai. Ammettilo. Siamo così meravigliosamente filosofici quando guardiamo la pena negli altri. Sempre così lucidi, e pieni di ottimi consigli da dare. no?”
“ok…mi sa che paghi tu stasera eh! Allora non è il dolore, insomma, a conciarti come la pezza bagnata e sbattuta che ho davanti. E quindi cosa?”
“ma si, il dolore passa. E’ darwiniano, lo sappiamo che succede così. Ti adatti, sposti le energie in altre cose per non soccombere, finché non trovi qualche altro riferimento. Qualcosa che rimette in moto la macchina”
“ok ci adattiamo. Condivido. Ma la cosa non sembra darti sollievo. Hai la testa bassa, e giri ossessivamente quel bicchiere nelle mani, come stessi cercando qualcosa”
“sei tutta una metafora. Puoi smettere di fare lo scrittore del cazzo quando stai con me?”
“ok simpatia. Ma era per sottolineare il paradosso fra la tua analisi puntuale sull’adattamento umano e lo stato d’animo. Insomma questa consapevolezza non ti aiuta. Io penso che dipenda dal fatto che per quanto si cerchi di razionalizzare poi in fondo i sentimenti non li acquieti mica. Il dolore non lo sterilizzi col pensiero insomma”
“ non la capisco questa tendenza che avete voi artisti di descrivere il dolore come fosse una dimensione metafisica. Mica soffri con il corpo e pensi con la mente, come fossero entità separate. E’ un artificio letterario dai, e nemmeno tanto poetico se ci pensi bene. Ma no, è tutto li, nella testa insomma. Il corpo ne manifesta gli effetti, ma il dolore che proviamo si forma li”
“d’accordo, neuroscienziato 1, artista 0. Il dolore si forma nella testa. Comunque tu la metta stai soffrendo e penso sia questo il punto. Serve tempo insomma, perché si avvii quel processo di adattamento di cui hai parlato. Giriamola così”
“ma si, il punto è che quello che mi spaventa e mi prostra non è il dolore che provo ora, ma proprio il fato che mi adatterò”
“accidenti come sei cervellotico. Non vogliamo smettere di soffrire? Non dirmi che tu, il pragmatico più appassionato che conosca, non vuoi smettere di soffrire”
“certo che voglio, ma a anche prezzo?”
“c’è un prezzo? un premio forse”
“no, un prezzo. Forse il peggiore che si possa immaginare”
“e di grazia quale sarebbe?”
“che la dimenticherò. Che il suo bel viso diventerà una sagoma sfumata. La sua voce dal timbro caldo e grave diventerà un suono inspecifico. Che i suoi occhi, che ho voluto addosso come un cappotto caldo, spariranno dalla mia testa. Ho il terrore che lei diventi un aneddoto da raccontare a qualcuno, per consolarlo come fai tu ora con me. Per dimostrargli che si può continuare a vivere”
“capisco”
“come posso accettare che questo avvenga? Come posso squalificare una cosa che ho così tanto amato, desiderato fino a non dormirne. Che ha ispirato la stessa idea di vita che avrei voluto per me nel mio futuro. Come si può lasciar cadere tutto questo solo per non sentire più dolore?”
“per la ragione che il tuo futuro può esistere anche in altra forma. Non c’è solo quella visione li”
“ma si certo. Ci sono stato sai, dico nel mio futuro. L’ho esplorato tanto in questi giorni, ed ho visto cose che farò, persone che incontrerò. Sorrisi sul mio viso e mani aperte per prendere pezzi di serenità e portarli a me. Ma nessuno di questi funziona in definitiva”
“e perché no?”
“perché lei non è li”
“ho capito. Senti, ne ordiamo altri due?”

Il Nodo

Il nodo,
intreccio sinuoso che unisce, tiene insieme,
un abbraccio innaturale di diversi che diventano Uno,
Un nodo,
stretto per resistere,
lasco per mettere un punto, segnare una tappa.
Nodi,
quanti ne hai appuntati nell’anima? Per ricordare,
un dolore,
un amore,
un pensiero,
Tanti nodi,
una storia che sei tu.
Il nodo,
così facile da stringere, per paura che si sfaldi
così difficile da sciogliere quando senti che avvolge troppo,
quando vorresti liberarti
Il nodo,
che quando sei riuscito a toglierlo, ed hai le dita doloranti e rosse, lascia il tessuto
sgualcito
schiacciato
consumato
e ti ricorda per sempre che li c’è stato un nodo
Il nodo,
quando prometti che non ne intesserai più
e per ricordartelo stai già facendo un altro nodo.

Ora basta!

Ora ascolta e smettila di parlare.
Devo dirti una cosa importante, non posso più tenermi dentro questa cosa.
Smettila di guardarmi così, perché sorridi ora? Si come no, sono bello quando faccio il serio e il sostenuto. Ma lascia stare i complimenti adesso.
Guarda, ci sono cose che la vita ti fa capire. Segnali che devi cogliere prima che sia troppo tardi.
Adesso perché ti passi annoiata le mani fra i capelli? I tuoi meravigliosi e fluenti capelli. Vuoi distrarmi lo so.
Ma io cerco di dirti che sono cambiato, che sento di dover seguire le mie aspirazioni.
Non ho ancora finito, perché mi dai ragione? Non mi incanterai con la tua ammiccante comprensione stavolta.
Come perché cammino nervosamente? Cerco di mettere in fila le parole, ma tu non ascolti.
Come puoi chiedermi di massaggiarti il collo adesso. Il tuo dannato e sexy collo. Liscio come una verde vallata in piena estate. Caldo come una coperta in inverno.
Non ora, davvero non è il momento. No, arriverò in fondo questa volta.
E non è perché ora accavalli le tue meravigliose gambe che io perderò il segno. Non stiamo giocando a quella scena del film come abbiamo fatto mille volte. Sei perfida.
Se io potessi farei diversamente, ma devo liberare le mie energie, cercarmi meglio…
Ma come diavolo faccio a parlarti se mi baci il collo? Se lo facessi io tu ci riusciresti?
“se tu mi baciassi il collo ora io sarei tua”. ecco brava, ci mancava la frase ad effetto, con il tono di voce profondo e sospirato di quando fai l’amore con me. Ma brava!
Certo che mi rialzo, non mi consenti di esprimermi. Vedi è proprio di questo che cerco di parlarti. Tu falsi le cose, copri tutto di dolcezza ed erotismo, ma non può essere tutto qui.
E’ inutile che sbuffi e butti indietro la schiena sul divano sai. Se pensi che i tuoi seni sodi e sollevati al cielo ora mi confonderanno sei fuori strada.
Come cosa voglio? Cosa voglio dici?
Voglio lasciarti,
amarti,
uscire da questa stanza,
spogliarti,
dirti cosa penso di te,
baciarti ovunque,
finirla qui,
passare le mie mani sul tuo corpo,
riprendermi la vita,
prenderti.
Ecco cosa voglio.