Spazio vuoto

Una domanda che non anela nessuna risposta.

Un eco rimbomba circolare mentre si allontana.

Sospeso fra una nota e l’altra nella melodia che ti racconta.

Falso ricordo di esistere da sempre.

La mano collassa sul tavolo in attesa di parole che non vogliono concedersi.

Ed un perdono non sarà ottenuto.

L’anima non si acquieta come una bruciatura sotto acqua fredda.

Arredare il vuoto per abitarlo, ecco cosa fare.

Precario

Il piede buttato in avanti, sulla strada che finisce nella curva davanti a te.

Il sogno che hai rimodellato mille volte, come una statua di creta di uno scultore senza idee.

Le mani che tieni nelle tue, salde e strette perché non si sfilino e tu senta freddo.

Le cose che credi di aver capito, e tieni dietro il vetro appannato della tua certezza.

Le cose che hai messo in scatole del “non si sa mai”, e non hai mai più aperto.

Precario sei, come il prestito di aria e tempo che verrà esigito prima o poi.

Pareti

Appassionato riempi zaini di sassi e pensieri, scorta di dolori per il viaggio che ti sei scelto.

Ti inerpichi su pareti di dubbi annodati come reti all’anima, sali perché non sai fare altro.

Una goccia di sudore solca la fronte accigliata dalla fatica, non si vede nessuna vetta.

Stringi le mani sull’appiglio come la speranza alla scelta, potresti lasciarti andare ma non sai come si fa.

Sulle gambe

Strati di perché si accatastano come legna per l’inverno.

Irrequiete sono le mani alla ricerca di un appoggio stabile.

Lacrime cadendo fanno un rumore sordo che non si sopporta.

Un sole spento nel palmo della mano chiede di essere rianimato.

Istanti passano come ladri in un appartamento e trafugano ogni cosa.

Sulle tue gambe, ecco dove ti appoggerai.

Ritagli di pace

Quello che cerchi è ormai fuori dalla portata del tuo occhio.

Nell’angolo sbiadito di un disegno tenuto per troppo tempo nel cassetto.

Lo scrigno è stato violato, il tesoro disperso.

Scatole meste e gonfie attendono di essere svuotate ora.

Passi stanchi affondano nell’anima che si fa fango e pioggia.

Nessuna parola ha più il sapore del mare d’estate.

Balli, canti, lasci che il mondo si pieghi. Non spetta più a te tenerlo dritto.

Quadri senza didascalie sono i pensieri, ammaliano senza che tu li possa capire.

Respiri l’aria in cui sei appena passato.

Il presente è l’unica àncora rimasta ai sogni alla deriva.

Peluche

Senti il boato del mostro caduto dal cielo che vuole inghiottirti. Corri.

Copri gli occhi del tuo peluche, che non veda la polvere che avvolge il vostro futuro.

Lascia la mano adulta a cui ti aggrappavi. Non può più correre con te.

Dimentica le braccia a nido che ti hanno tenuto, le gambe su cui hai saltato. Oplà cavallino.

Ora spostati, i grandi devono giocare a rubarsi la terra. Lascia il peluche e scappa ora.

Ma non temere, tue mani cresceranno e potrai giocare anche tu a spaventare i peluche.

Questa volta è l’ultima volta

“Scusa piccola, sai come sono fatto, mi scaldo un po’. Ma lo sai che ti amo vero?”

Ancora una volta,

quella mano grande su di te,

a schiaffeggiarti il viso e l’ultima goccia di dignità.

A stropicciarti il corpo fosse un sacchetto.

“Sei una stupida oca!”

Ancora una volta,

le parole come sassi lanciati contro di te.

Da questi non puoi proteggerti nemmeno mettendo avanti le mani,

nascondendo la testa fra le gambe.

“Non succederà più, vedrai piccola…”

Ancora una volta,

appesa come un panno bagnato

all’illusione che dietro a quella violenza ci sia una ragione, un intoppo che potrai rimuovere con pazienza e amore.

“Se tu mi dessi ascolto piccola io non dovrei poi…”

Ancora una volta,

falsa tenerezza e rabbia ti vengono serviti uno dopo l’altro, come portate del pasto più amaro della tua vita.

Ancora una volta,

non riesci a ribellarti, perdoni lui e accusi te stessa,

ti nasconderai dai “come stai” con un “sono solo un po’ stanca”.

Questa volta,

sii stanca per davvero,

di negare la tua dignità,

il tuo diritto a credere che quel sole tiepido sul viso sia lì per te.

Questa volta,

abbandona valigie e vestiti accatastati insieme agli insulti e le botte,

chiudi la porta dietro di te e lascia che il mostro inghiotta se stesso.

La prossima volta,

nel tuo prossimo amore,

le sue mani avranno carezze per il tuo corpo, tempio da venerare e custodire.

Le sue parole sanno sprono ad afferrare i tuoi sogni,

dolci massaggi alla tua anima che riprenderà a pulsare come un cuore rianimato.

Questa volta,

ripeti forte:

“questa è stata l’ultima volta!”

La tazza di caffè

Un uomo appoggiato pigro alla sua tazza di caffè raffreddato sta seduto in un bar.

Picchietta le dita a tamburo sulla ceramica. Piccolo mantra sonoro nel quale prova sciogliere pensieri che come spine lo assillano.

Davanti a lui due bambini si sono divisi le gambe di papà come sedie ambite ad un concerto unico.

Si beccano e pizzicano come uccellini dispettosi, a turno spingono e poi aspettano di essere spinti.

L’uomo alza lo sguardo, cade nella scena senza possibilità di resistere. È con loro, immerso come nella scena migliore del miglior film.

Il papà li tiene con se in un abbraccio sicuro ma dolce, mentre continua quella piccola baraonda di risatine e piagnucolii mal recitati.

Non disturba mai, ne con un gesto, una parola, o uno sbuffo. Solo li tiene. Li guarda, senza volere ne dovere.

L’uomo ammaliato e perso segue le sagome dei tre fatti Uno da quella intimità magica ed ancestrale che l’amore tiene insieme.

Il papà si gira senza meta ed incontra lo sguardo dell’uomo solo con la tazza. Lo fissa ora con una empatia che lo sorprende ma non può più soffocare.

L’uomo sente lo sguardo, non capisce, esplora espressioni e pieghe del viso finché, riemerso da sé, sente le calde lacrime gli stanno attraversando la guancia.

Gocce intrise di di fotogrammi identici a quelli che stava mirando cadono dal mento sulla giacca stanca come una piccola cascata di montagna.

Le dita hanno smesso di titillare la tazza, e restano immobili e gelide come dei rami a dicembre.

Si alza restituendo al papà un sorriso pieno di nostalgia e rammarico per la consapevolezza che di quelle scene non sarà mai più attore, solo spettatore.

Esce ora dal bar, lento per ingoiare ancora qualcuno di quei gridolini bambini, come a cercare di riempire un sacco di scorta da usare nelle sere solitarie.

Il papà resta appeso ad una silenziosa lezione appresa nell’incontro con l’uomo: stai in immerso in questo meraviglioso presente. Respiralo in ogni istante perché l’apnea è dolorosa.

Conto finché farà zero

Tengo il tempo con il piede, seguo il ritmo, non lo perdo.

Conto senza sommare, a ritroso verso il giorno in cui sarò pensiero.

Disegno quadri delle stagioni che ho attraversato, con i colori che il mio corpo ha indossato.

Guardo in silenzio i miei pensieri adulti combattere fra saggezza e ingenuità, ma nessuno vince.

Ingoio, come latte un neonato, la vita che passa, per cercare di dormire sonni sereni.

Conto senza sommare finché farà zero, ed io sarò stato l’uomo che avrò voluto essere