Questa volta è l’ultima volta

“Scusa piccola, sai come sono fatto, mi scaldo un po’. Ma lo sai che ti amo vero?”

Ancora una volta,

quella mano grande su di te,

a schiaffeggiarti il viso e l’ultima goccia di dignità.

A stropicciarti il corpo fosse un sacchetto.

“Sei una stupida oca!”

Ancora una volta,

le parole come sassi lanciati contro di te.

Da questi non puoi proteggerti nemmeno mettendo avanti le mani,

nascondendo la testa fra le gambe.

“Non succederà più, vedrai piccola…”

Ancora una volta,

appesa come un panno bagnato

all’illusione che dietro a quella violenza ci sia una ragione, un intoppo che potrai rimuovere con pazienza e amore.

“Se tu mi dessi ascolto piccola io non dovrei poi…”

Ancora una volta,

falsa tenerezza e rabbia ti vengono serviti uno dopo l’altro, come portate del pasto più amaro della tua vita.

Ancora una volta,

non riesci a ribellarti, perdoni lui e accusi te stessa,

ti nasconderai dai “come stai” con un “sono solo un po’ stanca”.

Questa volta,

sii stanca per davvero,

di negare la tua dignità,

il tuo diritto a credere che quel sole tiepido sul viso sia lì per te.

Questa volta,

abbandona valigie e vestiti accatastati insieme agli insulti e le botte,

chiudi la porta dietro di te e lascia che il mostro inghiotta se stesso.

La prossima volta,

nel tuo prossimo amore,

le sue mani avranno carezze per il tuo corpo, tempio da venerare e custodire.

Le sue parole sanno sprono ad afferrare i tuoi sogni,

dolci massaggi alla tua anima che riprenderà a pulsare come un cuore rianimato.

Questa volta,

ripeti forte:

“questa è stata l’ultima volta!”

Lei sa volare

Cos’è volare?

Un corpo sospeso, il suo, sull’acqua amica

che la sostiene dolcemente per non farla affondare, è volare?

Braccia fluide e coordinate,

che entrano ed escono dall’acqua come le pale di un mulino, è volare?

Gambe energiche che massaggiano l’acqua,

per convincerla a restituire movimento, è volare?

Un viso che si immerge e diventa blu,

e poi riesce occhi al cielo per rubargli aria, è volare?

La sagoma lucida e sinuosa del corpo,

che scava un solco di gocce zampillanti che si rimargina continuamente dietro di lei, è volare?

Gocce che zampillano felici al suo incedere,

e la coprono tutta in un abbraccio umido e sensuale, è volare?

Si, lei sa volare.

 

 

 

Il vuoto e il pieno

Non so pensare ad uno senza l’altro: il vuoto ed il pieno.

L’onda che arriva e riempie il bagnasciuga, e poi si ritira come una carezza che si fa attendendere.

La terra piena ed il cielo vuoto, in un abbraccio incollato da sempre e per sempre.

Un palloncino gonfiato a cercar risate, ed un polmone svuotato ma pieno di felicità.

Un amore a cui una vita ha fatto spazio, che ha riempito, e poi lasciato il vuoto  

Un’intuizione che cresce, espande, diventa un idea e satura la testa creativa. 

Un’ossessione che si insinua in affratti cavi e sottili di dolore, ed una esistenza che si svuota di voglia di essere lì. 

Note che riempiono, pause che svuotano. Intricata relazione nello spazio e nel tempo che è la musica…che riempie.

Una vita di baci 

La vita inizia e finisce con un bacio.

Quando una barba incolta intorno a due labbra commosse incontrano la guancia liscia del bimbo appena nato.

Quando i primi passi incerti si alterano a cadute e le lacrime si fermano solo dopo un bacio sulla bua.

Quando nella foto di famiglia la bimba viene invitata a dare un bacetto al cuginetto, e lui viene immortalato con faccia schifata.

Quando dopo il fiume di parole del primo appuntamento lui la bacia impacciato sulla porta di casa.

Quando le labbra adulte imparano a solcare tutto il corpo e sono inebriate dal piacere che producono.

Quando il bacio si nasconde nel buio perché il mondo non capisce che amore è amore in qualsiasi forma.

Quando dopo il “vi dichiaro marito e moglie” il bacio è una promessa tatuata nell’anima.

Quando su una panchina in riva al mare la luna è grigia come i capelli, ma un bacio maturo è ancora capace di passione.

Quando il bacio è un saluto definitivo e straziante dato sulla fronte rugosa, prima di un viaggio che si deve fare da soli. 

La vita inizia e finisce con un bacio.

La scatola

La scatolaQuesto armadio è un gran caos. Sono sicuro di averlo messo qui il cappello. Quello bello e colorato. Si, mi starà bene con questa maglietta.

Cos’è? Una scatola (non la prendere, lasciala li…)? Accidenti, è pesante.

Ma come si aprono ste scatole di latta? Quelle con la ragazza anni ’50 sul coperchio ed un marchio di biscotti che nessuno ricorda più (non la aprire…).

Quante foto, non ricordavo di averle.

Ci sei tu, ci siamo noi.

Sei giovane, più di me oggi. 

Qui mi tieni in braccio. Sei imbarazzato, impacciato, ma sono tranquillo non mi farai cadere.

Qui mi insegni a nuotare?! Ma se nemmeno sei capace? Ma lo so, vogliamo che i nostri figli siano migliori di noi.

Qui alla mia comunione. Porti la cravatta come fosse un cappio, non è per te. Ed infatti in questa l’hai già slacciata, così come il tuo sorriso.

Ok, ma tirala sta palla sennò perché mi ha portato fuori a giocare?

Sei più credibile in questa in cui piegato metti un mattone sopra l’altro. Il mio papà costruisce case, dicevo a tutti. 

Ma dai, la vespa che mi ha regalato e che abbiamo truccato…perché qualche regola la dovevamo trasgredire insieme, no?

Adesso insegnami a guidare, così un giorno ti porto io. E smettila di scattare foto!

Ecco ora ti porto io, guido io. Ma verso quell’ospedale e quelle terapie che ti rendono uno straccio. Ma sei qui ancora, tenacemente. Anche se il tuo sorriso si è riannodato, e sembra una smorfia di dolore. Forse lo è.

E poi tutte quelle fotografie che non abbiamo scattato, perché quello non eri più tu. Piccolo, emaciato, con negli occhi la richiesta di avere una seconda possibilità. Cazzo ogni uomo dovrebbe averne una, no?

Ora ci sono io che insegno loro a nuotare, trasgredire qualche regola, guidare. 

Ti prego, scattaci una foto adesso…

Di sassi sul cuore ed altre asfissie 

Come quella volta che cadendo sbattesti forte il petto, ricordi?

L’aria che sgomitava per passare fra i polmoni ammaccati, e la testa che si alzava a prendere boccate di cielo?

Come quella volta, anche ora.

Sei sdraiato sul letto di spine che pensavi di aver rimosso per sempre. Respiri forte, cerchi aria, boccheggi, guardi il soffitto nero che ti inghiotte.

Le pene che avevi derubricato con l’adagio del “passerà..,passa sempre” ora ti guardano dritto negli occhi. Tornate a vantare diritti sulla serenità ritrovata.

Le gambe ansiose sono attaccate da pensieri famelici come formiche rosse del deserto.

Gli occhi stringono il campo visivo via via sempre di Piu, fino al punto nero, il tuo punto nero, il tuo vuoto di senso.

Le domande tetre adagiate come un sasso sul petto: non troppo pesante da ucciderti, ne troppo leggero da essere rimosso.

Non durerà, lo sai.

La luce riallargherà il nero che hai intorno, 

le gambe torneranno placide e ti porteranno altrove,

ricomincerai a respirare, ampio, ossigenato, ottimista…

…ma non ora, 

ora sei sdraiato e guardi il soffitto nero.

Oscillazioni

Oscillazioni,

Come un pendolo, così noi.

Oscillazioni,

di movimenti corti che attivano, scaldano, tornano spesso al centro.

Oscillazioni,

di movimenti lunghi che confondono, disorientano, sempre all’estremo, mai sazi.

Oscillazioni corte,

di pensieri curiosi si spostano alla ricerca di suggestioni, 

di sentimenti che allargano il campo empatico,

di senso che si sperimenta, mette alla prova le proprie convinzioni. 

Oscillazioni lunghe,

di pensieri che fibrillano mai contenti, famelici, 

di sentimenti che divorano, creano vuoto, 

di senso, cancellato ad ogni oscillazione, annullato dal suo eterno incontro con il contrario.

Oscillazioni che sono vita…

…oscillazioni che se la mangiano
 

Gocce di Vita

Gocce d’acqua buttate sulla faccia storta dal sonno, quando il buio è ancora la coperta del mondo. 

Gocce di sudore su una fronte tagliata da pensieri e lavoro, in una vita che non ha sogni da inseguire.

Gocce di sangue su mani operose, scorticate dal peso del dacci il nostro pane quotidiano.

Gocce di vino in un fondo di bicchiere serale, evaporati come gli anni dell’uomo  che lo cinge stanco.

Poche immagini fra mille foto, come gocce di rugiada al mattino sulla finestra. Questo ho dell’uomo del tempo in cui non ero.

Gocce di una Vita che non ho incrociato mai, ma da cui discendo. 

Come l’acqua nelle mani

Come l’acqua nelle mani.

Gentile ti rinfresca,

accudente ti lava,

premurosa placa la tua sete.

Il suo suono inebria, il movimento ritmato ti culla.

Maestra di vita ti rispecchia,

ma troppo sincera e feroce per celare il dolore che nascondi dietro gli occhi.

Immergi i piedi, lei non dirà di no,

“cerca ristoro, senza fare domande, abbandonati” ti sussurrerà all’orecchio.

Ti lascerà sprofondare in lei come una dolce amante,

la sentirai abbracciarti, colmare ogni tuo spazio, inebriarti e poi calmarti.

Come l’acqua nelle mani.

Non resta mai con con te,

scivola via fra le pieghe della tua mano impotente.

Non è tua, non puoi dominarla,

ne convincerla o negoziare.

C’è stata, ma non si ferma,

non la fermi.

Stringere di più non servirà,

sentirai solo più dolore, e quando riaprirai la mano lei sarà andata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il blu mi conosce

Tetti a chiazze rosse scorrono veloci sotto i piedi, 

un cielo ad altezza di viso, accarezza una fronte madida ed un po’ corrucciata. 

Un sole non ancora spavaldo riscalda la plastica intorno, 

lo sguardo si fa lungo, fin dove la linea curva a atterra su vapori bianchi a batuffolo 
Tante teste come una distesa di rocce frangiflutti stanno in fila disciplinata, 

Voci metallizzate a dare indicazioni che non si ascoltano più.

Vite in volo accorciano distanze stancandosi dal suolo come uccelli migratori, 

Verso missioni in cui mani convulse che si stringono e sorrisi disegnati sono gli attrezzi del mestiere.

Viaggi in cui,
Nulla si scopre,

Nessuna bocca verrà spalancata dallo stupore,

Nemmeno una immagine resterà attaccata al ricordo come una cicca sotto le scarpe

Gli occhi si ributtano fuori dal finestrino ed il blu sembra parlare.
Ricorda un mare nel quale ti sei immerso bambino a chi arriva primo alla scogliera di fronte,
Estati di risate, sabbia nelle scarpe, un bacio impacciato dato nella notte nera “che qui nessuno ci vede”.

O anche il triangolo blu che le montagne disegnavano sopra parole ragazzine su un prato sdraiati naso all’insù, su come saremo un giorno, quale viaggio avremo fatto per scoprire noi negli altri, quale chitarra comprerò con i risparmi.

Quel cielo è sempre stato lì ad ascoltarmi e ha visto,
le preghiere blasfeme pregne di dolore che gli ho indirizzato,

le braccia alzate in segno di vittoria che sono durate un attimo eterno,

quello sguardo alzato a sperare che una mano uscisse dal blu per portarmi al caldo, e salvarmi dalla fatica di amare al meglio.

“…avvisiamo i passeggeri che le operazioni di atterraggio sono cominciate…”